L’andamento del settore agricolo nel primo trimestre del 2013

foto70Il primo trimestre del 2013 si segnala come positivo per l’agricoltura italiana. Il valore aggiunto del settore è infatti cresciuto rispetto al primo trimestre dello scorso anno. Una positiva inversione di tendenza che, al di là dell’esiguo +0.1% che si è registrato, lascia ben sperare. Il settore è andato molto meglio del resto dell’economia nazionale che ha evidenziato pesanti arretramenti.

L’indice Ismea, che misura la fiducia dell’agricoltura, ha un valore attuale di -9.9 (l’indice varia tra -100 e +100) mostrando un incremento di due punti rispetto al trimestre precedente. L’indice è calcolato sui giudizi espressi dagli operatori (imprese agricole nazionali) rispetto alla situazione corrente e a quella futura degli affari aziendali e migliora grazie al lieve recupero di entrambe le componenti.

Il valore dell’indice resta negativo a causa dell’alto livello dei costi di produzione, in particolare dei prodotti energetici e degli animali d’allevamento, della stagnazione della domanda nazionale e delle cattive condizioni meteorologiche che hanno accompagnato questi primi tre mesi dell’anno. L’andamento dell’agricoltura italiana continua a soffrire del difficile contesto economico nazionale, che dopo un 2012 complessivamente negativo, ad inizio 2013 non denota evidenti segnali di ripresa, sia in termini produttivi, sia in termini di occupazione, di potere d’acquisto delle famiglie e di domanda. I livelli della produzione agricola rimangono inferiori a quelli attesi dagli operatori, come anche le previsioni di produzione per l’intera annata agraria e la domanda nazionale rimane debole.

La produttività negativa riscontrata nel settore primario durante il 2012 (-4.4% la flessione registrata dal valore aggiunto agricolo reale ai prezzi su base annua) riflette l’andamento più generale e sfavorevole del PIL nazionale (-2.4 sul livello del 2011); e la mancata ripresa nei primi mesi del 2013 sembra continui ad interessare sia l’intera economia del Paese, come da stime della Banca d’Italia, sia il settore agricolo, come dalle attese degli operatori del settore.

In particolare la flessione del reddito agricolo nazionale è stata causata dal fatto che gli operatori hanno dovuto affrontare un aumento della spesa per consumi intermedi (+1.4% rispetto al 2011) maggiore dell’incremento spuntato sul fronte dei ricavi aziendali (produzione in valore: +0.6% su base annua). Va inoltre precisato che questo aumento della produzione in valore registrato nel 2012 rispetto al 2011 è unicamente imputabile all’incremento del livello dei prezzi (+3.7%) e non anche a quello dei volumi prodotti, risultati in flessione (-3%).

In particolare, rispetto allo scorso trimestre, gli operatori agricoli sono apparsi meno pessimisti riguardo all’andamento degli affari della propria azienda, sia nell’ottica corrente sia in quella prospettica a 2-3 anni. La buona tenuta dei prezzi all’origine e l’evoluzione positiva della domanda estera dei prodotti agricoli nazionali (+5.4% l’incremento delle esportazioni dei prodotti agricoli italiani, su base trimestrale, segnalato dalle stime Ismea) giustifica il minore pessimismo manifestato dagli agricoltori relativamente all’andamento di questo primo trimestre dell’anno.

Per quanto riguarda il mercato nazionale, dopo la flessione dei consumi delle famiglie registrata in Italia nel 2012, il peggioramento della fiducia dei consumatori emerso dalle indagini Istat del 2013, non lascia sperare in una ripresa a breve. E il mercato dei prodotti agricoli e alimentari non resta estraneo a tali dinamiche. Secondo il 72% delle imprese del Panel, nel primo trimestre del 2013 il livello della domanda nazionale di prodotti agricoli si è rivelato in linea con gli standard del periodo; per il 22% si è invece rivelato più basso; e solo per un 2% più alto. I saldi settoriali, poi, anch’essi tutti negativi, hanno evidenziato una situazione peggiore di quella media complessiva nel caso delle erbacee, delle legnose e dei prodotti della zootecnia da carne mentre, nel caso del vino, dell’olio e della zootecnia da latte, uno scenario lievemente migliore.

I dati sull’andamento della domanda estera hanno evidenziato ancora una volta il bassissimo grado di conoscenza delle imprese agricole nazionali delle dinamiche dei mercati di oltreconfine (il 31% delle imprese del Panel ha infatti confermato di non avere informazioni al riguardo). Ciò premesso, e facendo quindi assegnamento sui pareri espressi solo dal 9% delle imprese interpellate, il livello della domanda estera nei primi tre mesi del 2013 è stato giudicato normale, in linea con i livelli attesi per il periodo.

Aumentano le esportazioni agroalimentari come le tasse e i costi di produzione. La crisi economica produce una flessione nei consumi, anche alimentari. Per i prodotti ortofrutticoli la flessione nei consumi è motivata anche dall’andamento dei prezzi. I prezzi degli ortofrutticoli sono aumentati anche a causa delle avversità atmosferiche che hanno ridotto i raccolti. Un esempio sono le semine di barbabietola da zucchero, scese del 25% rispetto alla stagione precedente (“Il Sole 24 Ore”). In alcuni casi la colpa è del clima, ma anche delle incertezze che ancora assillano il settore. Salgono i costi dell’irrigazione per gli agricoltori, in particolare in Sardegna (+15%). Difficoltà per le risorse idriche in Puglia, soprattutto per uva ed ortaggi. Anche l’elevata pressione fiscale fa aumentare i costi di produzione; la nostra pressione fiscale è fra le più alte d’Europa (“Corriere della Sera”).

Il “Made in Italy” ha sempre molta presa sui mercati stranieri e aumentano le attenzioni dei grandi gruppi stranieri verso i marchi italiani. Intanto continuano a crescere le nostre esportazioni agroalimentari, lo scrivono il “Sole 24 Ore” e l’ “Unità” mentre in Toscana i prodotti Dop di questa Regione hanno deciso di unirsi in un consorzio che si occupi della promozione sui mercati stranieri. Ci sono però dei casi in cui vengono erette delle barriere ai nostri prodotti. In particolare ciò accade per il vino dopo la guerra commerciale che si è aperta tra Cine e UE a colpi di dazi; una soluzione pare vicina escludendo l’avvio delle procedure antidumping.

Dalla nuova PAC (Politica Agricola Comune) l’Italia incasserà 6 miliardi di euro l’anno: 4 per pagamenti diretti agli agricoltori, circa 2 per lo sviluppo rurale. Ma non ci sarà alcun tetto massimo agli aiuti erogati dalle grandi aziende. Piuttosto oltre una certa soglia scatteranno dei tagli. Resteranno a bocca asciutta, invece, tutti quei soggetti che percepivano aiuti, pur non essendo agricoltori

I livelli occupazionali in agricoltura si confermano stabili anche in questo primo trimestre del 2013. La quasi totalità delle imprese del Panel, ossia il 97% di esse, ha infatti dichiarato di non avere apportato modifiche nel numero di addetti operanti nella propria azienda rispetto all’ultimo trimestre del 2012. Anche le previsioni relative al secondo trimestre dell’anno non evidenziano variazioni occupazionali significative.

Notizie positive da “Il Sole 24 Ore” che conferma la possibilità di condivisione del lavoro con assunzioni più semplici in agricoltura. I punti chiave della riforma PAC riguardano meno aiuti alle grandi aziende e fondi solo agli agricoltori veri. Nonostante, dunque, le mille difficoltà che la affliggono, l’agricoltura sta offrendo nuove opportunità di lavoro per i giovani in un momento dove al contrario aumenta la disoccupazione. Semplificazioni, dunque, per le imprese dello stesso gruppo, che potranno assumere congiuntamente lavoratori dipendenti per lo svolgimento di prestazioni lavorative. In un contesto di lavoro particolare con ampia diffusione di rapporti di lavoro stagionali o rapporti tra lavoratore e datori di lavoro facenti capo allo stesso gruppo d’impresa o allo stesso proprietario. Con la normativa attuale le aziende agricole sono obbligate ad assumere singolarmente e in modo distinto i lavoratori.

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