Nuove abitudini di consumo alimentare per gli italiani

foto72La recessione che ha colpito i paesi sviluppati in conseguenza della crisi finanziaria iniziata nel 2007 è stata identificata da molti come la peggiore dalla Grande Depressione del 1929. Nel 2008, il prodotto interno lordo (Pil) dei maggiori paesi industriali è calato del 3,7% e il commercio internazionale è diminuito del 9,0%. La riduzione del reddito disponibile è stata in molti paesi superiore a quella del prodotto interno lordo, a causa dell’aumento della tassazione e della riduzione dei trasferimenti pubblici, determinando un forte calo dei consumi. Interessante è osservare come sono cambiate le abitudini di consumo in tempo di crisi.

Eurispes e Focus, in collaborazione con Dacia, hanno svolto un’indagine sulle abitudini di acquisto degli italiani. La ricerca, realizzata attraverso un questionario online compilato da 2.696 persone appartenenti alla community dei lettori di Focus.

Per quanto riguarda le scelte d’acquisto dei consumatori, dall’indagine emergono dei profili molto caratterizzati: il campione si divide tra chi mette al primo posto il fattore economico e quindi il costo (46.5%) del prodotto e chi la qualità (44.4%). A sorpresa la marca è un fattore determinante negli acquisti solo nel 3.3% dei casi. Più attente all’aspetto economico nelle scelte di acquisto sono le donne (47.4% contro 42.3% degli uomini), mentre gli uomini tendono a privilegiare il fattore “qualità” (47.4% contro 42.4%). Tra i consumatori giovani (tra i 18 e i 29 anni) c’è una maggiore attenzione al prezzo: è il primo criterio di scelta per ben il 55.3%, a fronte del 45.9% dei 30-44enni, del 41%dei minorenni, del 38.5% dei 45-64enni, del 33.9% di chi ha 65 anni e più. Per gli adulti (tra i 45 e i 64 anni) invece conta soprattutto la qualità (50.8%) rispetto al costo (38.5%). Per gli over65 è più importante la facile reperibilità dei prodotti (per il 13.2% è il fattore determinante), la qualità (40.5%) e la marca (8.3%); anche se uno su tre si fa influenzare dal costo di un prodotto. Il fattore economico pesa in modo determinante nelle scelte d’acquisto dei single (50.5%) e nei nuclei monogenitore. I single in molti casi sono infatti giovani con una posizione occupazionale e finanziaria non consolidata, mentre i nuclei monogenitoriali possono contare su un solo stipendio. La qualità del prodotto è invece indicata con maggiore frequenza dalle coppie con figli (47.4%).

Informarsi sulle caratteristiche di un prodotto o un servizio prima dell’acquisto è un’abitudine diffusa nel 77.3% dei casi (“sempre” 40.4% o “spesso” 36.9%); mentre il giudizio di altri consumatori influisce solo per il 48.8% (“spesso” 39%; “sempre” 9.8%).

La gran parte dei consumatori intervistati ha l’abitudine di mettere a confronto prodotti di diverse marche: quasi la metà (49%) lo fa spesso, il 27.1% sempre; il 20.7% qualche volta e solo il 3.2% mai. A conferma della forte attenzione verso il costo e la qualità dei prodotti, i risultati indicano che oltre la metà del campione (53.1%) valuta sempre, al momento dell’acquisto, il rapporto tra qualità e prezzo; il 34.9% lo fa spesso, il 9.7% qualche volta, solo il 2.2% mai.

Rispetto alla fedeltà alle marche e alle novità, la maggioranza degli intervistati afferma di restare fedele alle marche ed ai prodotti che conosce nel 58.1% dei casi (“spesso” 51.6%; “sempre” 6.5%), il 37.7% qualche volta, il 4.2% mai.

Al tempo stesso la sperimentazione di prodotti nuovi è un’abitudine consolidata: il 52.2% lo fa qualche volta, il 37.7% spesso, l’8% sempre, soltanto il 2.1% mai. E questo accade anche per le offerte speciali alle quali cedono in molti anche quando si tratta di prodotti che non hanno mai provato: il 49% lo fa qualche volta, il 31.3% spesso, il 9.5% sempre. Solo uno su dieci (10.2%) non lo fa mai. Le donne che sperimentano abitualmente prodotti nuovi sono più numerose rispetto agli uomini (9.3% contro 5.9%), come quelle che aderiscono ad offerte speciali anche se si tratta di prodotti che non hanno mai provato (l’11.5% contro il 6.4%).

Riguardo all’associazione della qualità col costo del prodotto, dall’indagine si riscontra una tendenza a non associare rigidamente ad un costo più elevato una maggiore qualità dei prodotti. Per il 64.5% a maggior prezzo corrisponde maggior qualità solo qualche volta, per il 2.2% mai, per il 31.9% spesso e solo per l’1.4% sempre. Sono gli uomini ad essere più convinti che un maggior costo garantisca qualità più elevata, le donne ritengono, invece, che questa associazione sia valida solo qualche volta (67.6% contro 59.8%).

 

Sull’argomento “sostenibilità negli acquisti”, tra gli scaffali dei supermercati e dei negozi italiani il consumatore appare condizionato nella scelta di un prodotto anzitutto da fattori quali il rispetto dell’ambiente e l’innovazione. La tutela dell’ambiente è una caratteristica che interessa la maggior parte dei consumatori (76.8%) che la ritengono molto e abbastanza importante rispettivamente nel 26.1% e nel 50.7% dei casi. Allo stesso modo l’innovazione associata al prodotto influisce per il 78% dei casi nell’acquisto (“molto” 24.1%, “abbastanza” 53.9%).

A seguito dell’impatto della crisi economica sui consumi, il 70.7% degli intervistati ha modificato i propri comportamenti d’acquisto rispetto al passato. Oltre ad una maggiore oculatezza dettata dalla difficile congiuntura economica, influisce su questa tendenza anche una mutata consapevolezza dei consumatori e la possibilità, offerta soprattutto dalle nuove tecnologie, di informarsi, confrontare le caratteristiche del prodotto o del servizio e avere feed-back da chi ha già provato un determinato bene. In generale, rispetto al passato, si usa prestare maggiore attenzione alle offerte, agli sconti e alle promozioni sui prodotti pubblicizzati nei supermercati e nelle attività commerciali (92.8%).

Rispetto alla tipologia dei prodotti a disposizione del consumatore: il 59.9% preferisce prodotti non di marca; il 74.6% fa la spesa rivolgendosi direttamente al produttore, prediligendo prodotti alimentari a chilometro zero nello stile dei farmer’s market; il 37.5% sceglie di acquistare beni solo nei punti vendita di fiducia e solo il 27.6% usa come canale preferenziale d’acquisto le bancarelle o i mercatini.

Nonostante la difficile situazione di crisi economica, gli italiani continuano a prestare attenzione alla selezione dei prodotti alimentari (53.5%), ulteriore segno di una cultura e di una tradizione dell’alimentazione radicata e irrinunciabile.

Agli intervistati è stato poi chiesto nell’acquisto di quali tipi di prodotto è disposto a scegliere il low cost: ben il 69.6% non intende comprare e quindi consumare alimenti di basso valore economico, il 40.3% degli italiani è poco disposto a scegliere questi prodotti e il 29.3% per niente. Tra i più restii a consumare cibi low cost vi sono coloro che vivono nel sud del Paese (33.9%) e nel Centro Italia (31.6%), mentre cedono poche volte all’acquisto di tali alimenti gli intervistati del Nord-Ovest (41.9%), del Nord-Est (40.2%) e delle isole (41.2%).

La crisi economica ha innescato un radicale processo di cambiamento delle nostre abitudini alimentari. L’ultima notizia riportata, nella sua contraddittorietà, rappresenta perfettamente le due opzioni fra cui possiamo scegliere: la prima è un’alimentazione qualitativamente migliore e fondata sulla sostenibilità ambientale e sulla valorizzazione dei circuiti produttivi e distributivi locali. La seconda è uno stile di consumo oculato, in cui al contenimento della spesa corrisponde una netta riduzione della qualità. Molti conseguono il necessario abbattimento dei costi rivolgendosi ai distributori di prodotti a basso prezzo e scarsa qualità: nel 2011, i discount hanno incrementato le vendite del 2,9% e il 25% dei consumatori italiani ha dichiarato di aver aumentato la frequentazione di questi centri, mentre il 38% ha contestualmente ridotto gli acquisti presso i negozi alimentari tradizionali, le cui vendite sono calate dell’1,9%.

 

In conclusione, l’impressione è che la crisi abbia migliorato i consumi alimentari: siamo diventati meno compulsivi, meno propensi agli sprechi. vi è una percezione abbastanza forte sul fatto che la reazione degli italiani di fronte alla crisi sia andata verso una riduzione degli sprechi molto più che di tagli ai beni essenziali.

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