Rapporto Censis-Cia: “Un futuro per l’Italia: perché ripartire dall’agricoltura”

foto87Un’interessante ricerca condotta dal Censis, insieme con la Confederazione Italiana Agricoltori, rivela che la popolazione italiana considera l’agricoltura come settore strategico per tornare a crescere. Gli anni più recenti sono stati caratterizzati da un diffuso ed inaspettato ritorno di attenzione ed interesse verso il mondo agricolo; in chiave “personale” e valoriale ma anche sociale ed economica, verso la riscoperta dell’agricoltura, dell’ambiente, del territorio e dei suoi protagonisti quali forza propulsiva del Paese per ritornare a crescere. Il campione intervistato (27,2 %) pensa che, tra gli aspetti che più ci rappresentano come nazione, c’è la dieta mediterranea, il vino e l’agroalimentare. La percentuale di soggetti che la pensa così aumenta tra i più giovani (41%). L’82% degli intervistati pensa, inoltre, che l’agricoltura sia il mezzo per la rinascita economica del Paese. Alcuni considerano l’agricoltura come il nostro valore aggiunto in termini di competitività, altri come fonte di ricchezza, qualità e occupazione. Quando è stato chiesto agli intervistati verso quali settori incentiverebbero un figlio, un nipote o un conoscente a puntare per il futuro nella scelta di studi o lavoro, il 16% ha indicato l’agricoltura.

Il clima di fiducia verso il comparto agro-alimentare sembra dunque crescere anche in un periodo di crisi economica come quello attuale. Esso appare agli occhi dei giovani come una possibilità nuovamente attraente, motore di innovazione e progettualità; in grado di offrire nuove opportunità occupazionali e di creazione d’impresa. Si presenta come un modello di approcci eterogenei, di modelli organizzativi nuovi e multifunzionali, di ricerca scientifica e soluzioni nuove e tecnologiche, una concreta possibilità di penetrazione nei mercati esteri. Pensando alla multifunzionalitàdell’agricoltura ricordiamo gli agri-nidi, le fattorie sociali e didattiche, gli agriturismi, i bancolat, ecc.

Non solo credono nella potenzialità futura dell’agricoltura ma gli italiani praticano abitualmente coltivazione dell’orto e il giardinaggio. Un intervistato su due coltiva, anche se saltuariamente, un orto; il 70% circa nutre la passione del giardinaggio ossia l’unica attività agricola praticabile in un contesto urbano.

Il settore agricolo si sta lentamente trasformando: Esso, storicamente polverizzato, comincia a diventare più solido del passato con dimensioni medie aziendali sempre maggiori e un consolidamento dalla forza lavoro in un modello di azienda sempre più complesso che getta lo sguardo dall’attività agricola vera e propria alla trasformazione dei prodotti, all’ambiente, al territorio, al paesaggio rurale ecc.

Prova di un settore in crescita e volano di nuove iniziative sono le quasi 117 mila aziende nate dal 2010 ad oggi in agricoltura e circa 11 mila in campo agro-alimentare. Di queste, quasi 17 mila sono state fondate da under 30. Il ringiovanimento del settore agricolo porta anche alla ridefinizione dei profili guida dell’impresa: il livello d’istruzione è sensibilmente superiore nei giovani; in maniera concorde aumenta il numero di coloro che scelgono studi in materie zootecniche, delle produzioni animali, scienze e tecnologie alimentari, scienze e tecnologie agrarie e forestali.

C’è in particolare un settore all’interno del mondo agro-alimentare che cresce in maniera sostenuta negli ultimi anni: il biologico. Nato come mercato di nicchia, guadagna nuove quote di mercato anno dopo anno diventando sempre più un fenomeno di massa. Gli elementi di successo di questo mercato risiedono nel rapporto fiduciario che lega i consumatori agli operatori bio, la politica dei prezzi che va sempre più verso la domanda (molti sono i discount che hanno introdotto nella loro gamma i prodotti bio), la distribuzione sempre più di massa e le politiche commerciali e di marketing

Altro importante elemento di trasformazione del settore agricolo è la componente imprenditoriale femminile. Complessivamente le donne rappresentano il 31,2% del totale degli imprenditori nel settore e, apportano, con la loro presenza, una naturale vocazione all’agricoltura multifunzionale. Grazie alla componente femminile stanno aumentando le fattorie didattiche, gli agriturismi, le attività ricreative e sociali e la prima trasformazione dei prodotti vegetali. La produttività delle aziende a conduzione femminile risulta superiore a quella maschile con uno scarto molto maggiore se consideriamo le aziende multifunzionali, per le quali le donne dimostrano di avere una marcia in più per sensibilità verso il mercato, maggiore apertura mentale e capacità di innovare.

Nel settore “export”, mentre i consumi alimentari interni continuano a ristagnare, le esportazioni rappresentano un importante settore di sbocco delle nostre produzioni. L’esportazione dei prodotti agricoli e alimentari, infatti, non si è arrestata neppure lo scorso anno (+4%) anche a fronte di un sostanziale stallo del valore delle esportazioni italiane. I prodotti più esportati nel 2013 sono: frutta e ortaggi lavorati e conservati, derivati del latte, pasta, cacao e caramelle, prodotti a base di carne, olio d’oliva. In forte sviluppo anche le esportazioni di zucchero e di bevande che confermano il loro trend di crescita nell’ultima annualità. La punta di diamante del settore bevande è, ovviamente, il vino italiano, le cui esportazioni valgono circa 5 miliardi di euro. A fronte di dinamiche così incoraggianti e fatturati in crescita sostenuta, l’agroalimentare italiano detiene, tuttavia, quote sull’export mondiale che risultano piuttosto contenute. Infatti, se si eccettuano alcuni segmenti specifici, in cui l’Italia è player di assoluto rilievo (prodotti da forno, farinacei e bevande) il quadro complessivo è di più complessa interpretazione: a fronte della forte crescita rilevata nell’export agro-alimentare, infatti, i prodotti alimentari italiani passano dal 3,3% sulle esportazioni mondiali mentre i prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca rappresentano appena l’1,7% delle esportazioni mondiali.

Un altro cenno di nota riguarda i luoghi di acquisto, in particolare le botteghe etniche. Strette dall’emergenza di una crisi che non accenna a diminuire, le famiglie italiane continuano a tagliare i loro consumi con effetti visibili sui bilanci familiari. I volumi di spesa sono diminuiti nel 2012 del 4% e nel 2013 del 2,5%. Il consumo alimentare si caratterizza per essenzialità, per scelte di acquisto sempre più consapevoli e informate, per la ricerca della salute prima di tutto, oltre alla convenienza con un’incidenza anche nella scelta dei luoghi della spesa. Se il supermercato resta di gran lunga il luogo prediletto dalle famiglie italiane (ben il 51,9% dichiara di fare la spesa prevalentemente o esclusivamente in un supermercato, ipermercato o discount), non va sottovalutato come un’altra metà di italiani si rivolga ai mercati rionali o a piccoli negozi. In crescita è anche l’acquisto presso botteghe e negozi gestiti da stranieri. In particolare, il 23,1% degli italiani vi acquista generi alimentari, il 22,8% frutta e verdura, e soprattutto tra i più giovani e nelle aree del Nord Ovest e del Centro del Paese tale tendenza appare più radicata. Pur trattandosi di acquisti per lo più sporadici, è circa il 5% degli intervistati che con regolarità compra alimenti in questi negozi, e tra i clienti più “affezionati” figurano soprattutto i trenta-quarantenni e gli abitanti del Sud. Tra i motivi che li spingono in questi negozi i prezzi molto competitivi e la peculiarità dell’offerta così come gli orari più flessibili, la comodità di essere facilmente raggiungibili perché vicino alle abitazioni e ai luoghi di lavoro.

L’agricoltura italiana risulta oggettivamente competitiva nel panorama europeo ma, dal confronto con gli altri paesi, appare evidente come il suo ruolo possa crescere ancora. L’Italia agricola, nel 2013, ha registrato un valore aggiunto superiore ai 30 miliardi di euro, con una quota sul valore aggiunto nazionale del 2,1%. Il volume di lavoro coinvolto nel settore è pari a 928.000 occupati. Il rapporto tra valore e input di lavoro colloca l’Italia nella parte alta della distribuzione rispetto all’indicatore, ma ancora piuttosto distante rispetto a quanto si registra per altri paesi con noi in concorrenza. La Francia, ad esempio, realizza un maggior valore aggiunto, pari a 33 miliardi di euro (l’1,8% rispetto al totale del valore aggiunto nazionale), ma questo risultato, già superiore a quello italiano, viene acquisito con una dimensione del lavoro più ridotta di quella italiana. Sulla base del valore aggiunto, che a livello di Unione europea sfiora i 200 miliardi di euro, l’Italia è quindi la seconda economia agricola in Europa dietro la Francia.

Al di là dei buoni risultati e dell’attrattività del settore agro-alimentare all’estero, i volumi delle esportazioni italiane sembrano ancora lontani dal raggiungere quelli degli altri paesi europei che, tra l’altro, non vantano un brand prestigioso come il nostro. L’ipotesi è che il nostro sistema non riesca ad organizzarsi adeguatamente per sostenere il potenziale di crescita che ha. Pesa da un lato la dimensione estremamente polverizzata della filiera italiana che non aiuta la diffusione di processi aggregativi a livello orizzontale, tra aziende produttrici, trasformatrici e distributive. Dall’altro lato il meccanismo di filiera stenta anche ad affermarsi a livello verticale, come logica di integrazione di funzioni all’interno della stessa azienda. E’ indicativo da questo punto di vista come solo il 26,1% delle aziende agricole italiane che vendono i propri prodotti, siano in grado di rivolgersi direttamente al consumatore finale: una percentuale che rispecchia le ridotte dimensioni medie delle nostre aziende, e che tuttavia, anche tra le più grandi resta molto limitata, interessando solo il 23,2%. C’è una difficoltà tutta specifica dell’azienda agricola, ad integrare a 360 gradi le funzioni imprenditoriali, dalla produzione alla vendita. Un dato questo che se da un lato è riconducibile alla naturale organizzazione del comparto, dall’altro però evidenzia un limite proprio nello sviluppo del modello imprenditoriale.

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